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Burocrazia, quanto mi costi e quanto mi rallenti
Ogni giorno il cittadino quando si sveglia ed esce di casa pronto ad affrontare la giornata porta con sé un fardello che ne rallenta la falcata e ne paralizza in gran parte i movimenti. Un bagaglio pesante che non si vede ma che è ben presente in tutte le azioni che sarebbe intenzionato a compiere. Sto parlando della burocrazia. Leggi che cozzano tra loro. Competenze attribuite a più uffici statali che quasi mai vanno d’accordo tra loro e quasi mai hanno una visione univoca dell’interpretazione della norma. Lo Stato, che pure dovrebbe agevolare le iniziative, diventa un grande limite. Spesso invalicabile. Secondo il centro studi della Cgia di Mestre “il peso della burocrazia grava sulle Pmi per 31 miliardi l'anno”. Questo ovviamente frena qualsiasi velleità di ripresa e, sempre secondo Cgia, “fa più danni dell’evasione fiscale”. Ovviamente non ci sono solo le imprese a subire tutto ciò. Abbiamo letto, nei giorni post sisma del 24 agosto, di fondi per ristrutturare le case fermi in qualche antro delle pubbliche amministrazioni. Di impiegati distratti. Di domande inevase. Guido Castelli, sindaco di Ascoli, ha recentemente raccontato in un’intervista d’aver impiegato tre anni e mezzo per avere i fondi necessari per rifare un ponte. Ha definito la procedura “complicata e intrisa di burocrazia”. Dai grandi problemi alle piccole cose del quotidiano, la musica non cambia. Sul Corriere Adriatico di oggi, l’assessore alle Politiche Giovanili di Ancona, Paolo Marasca, parlando di giovani e rapporto con le Istituzioni dice che “La politica anconetana potrebbe trarre grandi benefici dal contributo dei giovani. Il problema è accoglierli. Credo che ci sia grande disponibilità e apertura da questo punto di vista, anche se i ragazzi oggi vivono il rapporto tra pensiero e azione con grande immediatezza e questo si scontra con i tempi della burocrazia e dell’apparato statale”. Nell’articolo a fianco, dove parlano i ragazzi, si racconta, ad esempio, di un bando indetto dal Rotary, di soldi stanziati per riqualificare un parco fermi da tempo perché il Comune non indica come realizzare i lavori. Ma si può? Eppure è la triste realtà. Si dirà. Il burocrate attua ciò che il politico decide e quindi la colpa è di chi legifera. Analisi di pancia. Probabilmente vera in qualche caso ma non nella prassi. E non lo dico per difendere la categoria.
Basti pensare al cosiddetto “baratto amministrativo”, formula che nelle intenzioni del Governo Renzi voleva dare la possibilità a quanti avevano contratto debiti nei confronti dei Comuni di poter pagare svolgendo lavori socialmente utili. Non hai pagato la tassa sui rifiuti e non riesci perché hai perso il lavoro? Tagli l’erba di un parco e siamo pari. L’idea ci piaceva. Tanto che volevamo adottarla a Falconara. Il Consiglio Comunale ha anche votato nei mesi scorsi una mozione per istituire questa possibilità. Illusi. Il taglio dei debiti, che era il fulcro della legge, è stato bocciato dalla Corte dei Conti dell’Emilia Romagna chiamata a dire la sua dal Comune di Bologna. C’è il rischio di danno erariale, dicono. Al più, hanno spiegato i giudici contabili, si possono maturare crediti. Ovviamente nessun impiegato, funzionario, dirigente delle PA se la sente di mandare avanti una pratica del genere con la spada di Damocle di finire a processo per danno erariale. E così non se ne è fatto più niente.
La situazione è questa: mentre gli apparati dello Stato filosofeggiano tra loro di tutto e di niente, i cittadini, sempre più sfiduciati restano in attesa. C’è chi dice che le cose non cambiano perché i giovani non fanno la rivoluzione, non spingono verso il cambiamento. A dirlo sono al più i giovani di ieri che si ricordano le grandi abbuffate di ideali del ’68. Ancorati al ricordo di quando non avevano i capelli bianchi e ai privilegi allora ottenuti. Sbagliano. Non vedono al di là del proprio naso. I giovani non vanno in piazza a protestare non perché sono smidollati, “bamboccioni” o “choosy”, eccetera. Di giovani me ne ero già occupato nel post precedente. L'81% è convinto che la società non offra la possibilità di dimostrare quanto realmente valga. Il 66% annuncia che prenderebbe parte a un movimento per mandare a casa l'attuale classe dirigente. Perché non vanno in piazza? Perché con 20 euro di volo low cost riescono a raggiungere un Paese estero che meglio sa accoglierli e valorizzarli. In un mondo globale dove tutto è mercato occorre rendere la piazza appetibile. E Piazza Italia, al momento, non lo è affatto.
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I giovani, la sfiducia, le Marche
Giovani esclusi, precari, neet, fuori dalle decisioni che contano, ignorati dalle leggi, dalle dinamiche di un Stato che, al di là dei proclami e delle pie intenzioni, è più occupato a “conservare” lo status quo e “contenere” i privilegi (contrabbandati per diritti acquisiti) dei più attempati. Risultato: prospettive incerte, mediocrità passate per novità eccentriche, conflittualità latenti e diffuse, che esplodono periodicamente, a macchia di leopardo.
Nei giorni scorsi l'argomento è stato trattato, in maniera incisiva ed interessante, sulle colonne del Corriere Adriatico da Carlo Carboni, docente di Sociologia dei processi economici e del lavoro all'Università Politecnica delle Marche. Spiega Carboni, nell'illustrare quello che è un vero e proprio scontro generazionale, che l'Italia è divisa in due. Gli over 65, più organizzati e meglio rappresentati, e i giovani con minori tutele, lavori precari, la pensione un miraggio. Lavorano il triplo, guadagnano meno delle generazioni precedenti. Il che, vero in tutta Italia, nelle Marche, regione notoriamente tra le più longeve d'Europa, è fenomeno ancor di più accentuato. Dice ancora Carboni che per far ripartire quello che lui definisce "marchingegno" occorre allacciare un dialogo tra le generazioni anche perché le sfide del mondo globalizzato partono dalle conoscenze tecnologiche. E chi meglio dei giovani, connessi h24, padroni delle nuove tecnologie e di un sapere spesso sconosciuto ai più, con significative esperienze di studio e di lavoro, sovente maturate anche all'estero,a conoscenza delle lingue, con un'istruzione che meglio si adatta ai tempi oltre alla freschezza mentale per decifrare il futuro, possono risultare vincenti?
Il mio non vuole essere un discorso aereo o qualunquista, tanto per guadagnare qualche simpatia. Troppo spesso si ricorre, in varie salse, ai giovani per promuovere, in realtà, sé stessi. In un tripudio di immagine, vuoto ed obsoleto. Tutt'altro. Il mio è un invito a tutti affinché si chieda e pretenda più spazio. Ma l'iniziativa spetta, in prima istanza, proprio ai più giovani. Niente è più potente e foriero di risultati e di prospettive del protagonismo attivo, delle proposte concrete, dell'ascoltare per essere ascoltati. Oggi, per lo più, si chiacchiera, non si discute. Non si dialoga, ma ci si elide verbalmente a vicenda. Invertiamo la tendenza!
Dando un'occhiata al sondaggio online Generation What, lanciato in tutta Europa e al quale in Italia hanno preso parte per ora oltre 80mila ragazzi, si evince che il 31% degli intervistati tra i 18 e i 34 anni giudica il proprio stipendio per nulla in linea alle competenze professionali. Circa il 20% non è soddisfatto del lavoro che fa perché pensa che la sua formazione sia superiore. Un 44% dei giovani tra i 18 e i 34 anni pensa che la scuola non prepari efficientemente al mondo del lavoro e solo il 33% è convinto che a scuola venga premiato il merito. L'81% è convinto che la società non offra la possibilità di dimostrare quanto realmente valga. Il 66% annuncia che prenderebbe parte a un movimento per mandare a casa l'attuale classe dirigente. La sfiducia è tanta, ma questa non si deve trasformare in abbandono. L'auspicio è che diventi allora vera forza riformatrice; che in democrazia significa dissentire e dibattere. Fare la sintesi delle varie sensibilità, stando anche pronti a rinunciare a qualcosa oggi; forse se se ne può trarre un beneficio per tutti domani.
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Due All Blacks per il Parco del Cormorano: ecco il camp dove si gioca a rugby e si impara l'inglese

Da qualche anno le società sportive, oltre a fare da palestra educativa durante l'anno con le loro stagioni agonistiche e gli allenamenti, hanno ampliato l'offerta all'estate con i vari camp dedicati ai giovanissimi. Non fa eccezione il Rugby Falconara che proprio ieri ha dato il via al primo MZ9 Rugby Camp. Per tutta la settimana, al parco del Cormorano, oltre 60 ragazzi (non solo di Falconara ma anche provenienti da Firenze, Piacenza, Jesi, Rovigo, Roma, Milano, Loreto, Ancona, Ivrea, Padova e persino un ragazzo dall’Ucraina) seguiranno una settimana di lezioni tra sport e istruzione.
Pernotteranno in una tendopoli allestita grazie alla disponibilità dell'Anpas che ha fornito le strutture. E avranno come allenatori due d'eccezione come i neozelandesi, AllBlacks Ambassador, Jonathan "Jono" Armstrong e Sam Monaghan. I due "kiwis" insieme a Michele Zanirato (coordinatore), Jounes Anover, (Italia, Allenatore), Hannah Perrett (Inghilterra, Fisioterapista), Chiara Osti (Italia, Responsabile Istruttori) garantiranno ai partecipanti una grande esperienza tra sport (anche marinari, vista la collaboraione con Base Mare) e istruzione per la presenza di una madrelingua inglese.
Il parco del Cormorano per una settimana consecutiva diventa dunque punto di incontro e di amicizia tra giovani ospiti motivati sotto il profilo sociale e sportivo provenienti da tutta Italia e dall’estero. Anche questa è Falconara. Il camp terminerà sabato 16 luglio con la partecipazione degli atleti alla seconda edizione dell’”ERF on the beach”, la manifestazione ludico sportiva che porterà anche quest’anno il Beach Rugby sulla spiaggia di Falconara Marittima e dove, se avremo fortuna potremo assistere allo spettacolo da brividi della haka eseguita dai ragazzi e dai due All Blacks Ambassadors che li hanno seguiti durante tutta la settimana.
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Montedison e gli altri "ex", obiettivo 2018
Chi segue questo blog sa bene che da tempo mi occupo della ex Montedison, del suo recupero e delle possibilità di sviluppo che quell'area, oggi degradata e abbandonata, può avere in prospettiva futura. Certo, siamo in Italia, non è facile addentrarsi tra i gangli della burocrazia soprattutto in un sito sotto la responsabilità di vari enti. Regione Marche per quanto riguarda la difesa della costa, Provincia di Ancona per la pianificazione territoriale, i Comuni di Falconara e di Montemarciano oltre al Ministero dell'Ambiente – per tutta la partita che riguarda la bonifica – e Soprintendenza per quel che concerne la tutela dei beni di interesse storico riconosciuti come esempi di archeologia industriale. Una montagna. Da affrontare, se si vuole arrivare in cima, un passo alla volta percorrendo il sentiero giusto.Sul tema mi capita spesso di leggere polemiche astratte sull'asservimento del Comune nei confronti del privato, proprietario dell'area. Si dimentica che Falconara, da sola, non ha la possibilità di procedere per proprio conto. L'interesse del privato nella ricoversione dell'ex sito industriale è quindi una chance. Un treno che passa e che va, con dovuta prudenza e senso di responsabilità, preso. Pena, il restare ad attendere per decenni un altro convoglio. Che non è detto passi. In questo scenario si inserisce il mio nuovo ruolo di assessore comunale all'Urbanistica. Servizio che ho accettato volentieri dal sindaco Brandoni e che sto conducendo con rinnovato entusiasmo per cercare di arrivare alla fine della legislatura con tutta la parte burocratica amministrativa svolta. L'obiettivo che mi sono posto è quello di, nella primavera 2018, prima dello scioglimento del consiglio comunale, convocare il privato e dirgli: potete procedere.
Prima bonificando l'inquinamento sotterraneo. Poi dando attuazione al progetto che prevede, in raccordo con la Soprintendenza, la ricostruzione fedele dei beni architettonici ammalorati negli anni. Coinvolgendo nella realizzazione delle nuove strutture le aziende del territorio. E nella commercializzazione futura degli spazi le attività commerciali, artigiane, dei servizi. Si dice che strutture del genere possano essere un pericolo per i negozi al dettaglio. Io credo invece che si possa parlare di opportunità: di nuovo business per chi avvia un'attività ex novo, di raddoppio del punto vendita per chi ne ha già una. I centri storici non si svuotano perché esistono le grandi strutture. Si svuotano se non reagiscono alla presenza di concorrenti. La futura Montedison, con le attività e il giro di clienti che può attrarre, porterà nelle casse comunali nuove entrate economiche. Che il Comune può girare per le iniziative nei centri storici, per migliorarne l'arredo urbano, le strade, la segnaletica.
Montedison è l'esempio principale ma non il solo nella nostra città. Abbiamo tante realtà un tempo produttive e portatrici di ricchezza, posti di lavoro e servizi annessi che oggi sono abbandonate e in cerca di una nuova destinazione d'uso. Quanti "ex": la caserma Saracini, la Liquigas, la Squadra Rialzo. Trasformiamo il degrado in opportunità. In una città che deve il suo sviluppo alla laboriosità, alle opportunità, agli scambi con il resto del territorio regionale e nazionale la vittoria passa per la modernità, non per la conservazione fine a se stessa.
